Il futuro dell’Italia

Leggo sull’Internazionale n. 982 che gli immigrati se ne stanno andando.
Le nuove mete: Canada e Inghilterra.

Perfino i cinesi stanno tornando in patria, spaventati dalla crisi e dal razzismo.

Saranno contenti i fascisti. Ma é inutile esultare.

L’Italia invecchia e non fa più figli.
Se se ne vanno anche gli stranieri la ripresa sarà impossibile.

12 gennaio 2013 at 13:23 Lascia un commento

I nuovi analfabeti (tratto da Corriere della Sera)

di Paolo di Stefano

Ci sono gli analfabeti e ci sono gli «illetterati». Rimanendo nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, cioè tra i cittadini italiani considerati attivi, secondo il censimento del 2001, gli analfabeti sono 362 mila, gli alfabeti privi di titoli di studio sono 768 mila, le persone che vantano solo la licenza elementare sono quasi sei milioni e mezzo. Nel totale, circa il 20 per cento della popolazione è gravemente carente quanto al possesso degli strumenti culturali di base. Sono questi gli illetterati? Sì e no. Perché nella sfera che gli inglesi chiamano illiteracy si devono aggiungere coloro i quali, pur avendo percorso un regolare iter scolastico, rivelano una limitatissima capacità di utilizzare la scrittura e la lettura, di comporre e comprendere testi semplici. In realtà, l’analfabetismo funzionale (che comprende anche l’incapacità di interpretare grafici e tabelle e le difficoltà di calcolo) non è facilmente quantificabile; ma ci ha provato qualche anno fa l’Ocse con un progetto chiamato All (Adult Literacy and Lifeskills, ovvero «Letteratismo e abilità per la vita»). I risultati italiani, con percentuali alquanto allarmanti, sono stati elaborati e discussi da studiosi vari, specialmente linguisti e sociologi. C’è un grafico inequivocabile pubblicato nel rapporto All, a cura di Vittoria Gallina: il 46,1 per cento della popolazione tra i 16 e i 65 anni si trova al livello 1 della scala di prose literacy (comprensione di un testo in prosa), il 35,1 per cento al livello 2 e il 18,8 per cento ad un livello 3 o superiore. In ambito matematico, siamo messi ancora peggio se il 70 per cento non supera il livello 1.

Nel libro-intervista con Francesco Erbani La cultura degli italiani, Tullio De Mauro evoca un’indagine del Cede, l’istituto che valuta il sistema nazionale dell’istruzione, per chiarire una serie di cifre assolute: «Più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono aimargini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa e che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». In definitiva, il 70 per cento per cento degli italiani non possiede le competenze «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Sono numeri che, in una condizione economica ordinaria (e in un Paese consapevole), farebbero scattare subito l’emergenza sociale.

Se le cifre del malessere culturale, pur leggermente variabili, denotano una tendenza inquietante, le diagnosi sono ben più complicate. Per non dire delle terapie, che richiederebbero in primo luogo una sensibilità politica al momento del tutto assente. È ciò che sostiene il linguista Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca: «Mentre l’analfabetismo pieno è facile da documentare, l’analfabetismo di ritorno è sfuggente: forse il dato che potrebbe rivelare il tasso di competenza testuale è la lettura dei giornali. Va tenuto presente però che l’analfabetismo funzionale emerge quando non si riesce a interpretare un testo scritto o orale, sia esso uno spot, un discorso politico, un articolo di giornale». A Bookcity, che si è svolto la settimana scorsa a Milano, il presidente dei bibliotecari Stefano Parise richiamava il dovere crescente, per le biblioteche pubbliche, di adeguarsi alle diffuse esigenze di pronto soccorso socio-culturale. Da anni, del resto, Antonella Agnoli lavora in questo campo: la biblioteca non è più soltanto uno spazio per la lettura individuale, ma anche una sorta di presidio territoriale cui ci si rivolge per la compilazione di moduli, per la scrittura di lettere, di proposte di impiego, di curriculum eccetera. Stiamo scivolando indietro? «Il fatto grave — dice Sabatini — è che non stiamo andando avanti. Per esempio, c’è un allarme nel corpo forense nazionale: gli avvocati non sanno scrivere e non sanno parlare, non dominano la lingua». La prima osservazione è in una domanda ovvia: ma leggeranno altro che non siano i documenti giuridici e giudiziari? «Credo che vada capovolto il rapporto di causa-effetto. L’amore della lettura viene dopo: se la scuola non è riuscita ad abituare all’operazione di decodifica del testo, leggere un libro costa fatica». Si torna sempre allo stesso punto: la radice del male è la scuola? «Gli insegnanti ignorano la linguistica, non sanno che cosa significa interpretare un testo, si affidano alla critica esterna, all’inquadramento storico, alle prefazioni, ma non si preoccupano di capire come funziona la lingua, lo stile… E le grammatiche sono zeppe di errori». Sembra archeologia, parlare di grammatiche scolastiche in tempi di «tablettizzazione» e navigazione digitale diffusa. «Bisognerebbe saper distinguere: la Rete per la reperibilità dei testi è molto utile. Ma ciò che leggi sullo schermo scivola via: la lettura richiede la concentrazione che un tablet non può dare. Lo strumento digitale diffuso nella scuola, come vuole il ministro, sarà nefasto. Per questioni sensoriali, lo scorrere della pagina sullo schermo fa perdere la coesione e la coerenza del testo legate alla stabilità del messaggio e al movimento dell’occhio. Credi di leggere, ma in realtà non comprendi e non sviluppi spirito critico. D’altra parte è pur vero che certa paraletteratura che esce nei libri serve solo a esercitare il muscolo oculare».

Forse nessuno più di Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche, ha indagato le dinamiche della lettura nel passaggio dalla carta all’era digitale, cioè ne La quarta rivoluzione, titolo di un suo saggio. «Più che di un mondo di analfabeti parlerei di un mondo disabituato alla lettura complessa, perché i testi che circolano nel web sono per lo più brevi, frammentari, semplici e informali». Quel che viene meno è il discorso argomentativo, costruito con sofisticate architetture di sintassi e di pensiero. «La Rete è una realtà ancora molto giovane, ha elaborato una sua complessità orizzontale e non verticale, ma questo è un aspetto che progressivamente potrà cambiare, poiché ci si sta rendendo conto della necessità di strumenti più articolati. Dai cinguettii di Twitter si vanno sviluppando strutture per concatenazioni più vaste: per esempio, Mash-up è un’applicazione che mescola contenuti diversi e Storify permette di creare delle storie complesse collegando materiali di diversa provenienza. Siamo all’inizio». Una società di cacciatori-raccoglitori che non è ancora arrivata all’età delle cattedrali, dice Roncaglia: «Non credo che la frammentarietà del web sia strutturale, ma certo la forma paradigmatica di complessità e completezza rimane quella del libro e ritengo che si debba combattere contro la sua scomparsa. La scuola ha una enorme responsabilità e c’è molta confusione nell’adozione dei testi digitali. Va bene lavorare con materiali di rete e modulari, ma il libro di testo come filo conduttore autorevole va conservato. L’autorevolezza testuale non è autoritaria». Resta da colmare la distanza di linguaggio tra molti testi scritti e lo slang ormai diffuso: «Oltre alla lontananza dal tipo di testualità, c’è un divario culturale: non è solo la mancanza di dominio sintattico a porre problemi nella lettura di un giornale o nei discorsi politici, per esempio, ma anche i contenuti, spesso lontani dall’orizzonte di interessi e di conoscenze comuni».

Bisogna parlare con Graziella Priulla, docente di Sociologia della comunicazione a Catania, per avere uno sguardo ravvicinato sull’Italia dell’ignoranza, come ha intitolato un suo recente saggio. Priulla punta il dito sull’incapacità diffusa di modulare discorsi argomentativi: «I bambini allattati con il mezzo visivo, tv o computer, hanno un rapporto con la parola viscerale, diretto, frammentato e semplicistico. E se la scuola non ha più autorevolezza e credibilità, non può certo rimediare. I miei studenti universitari fanno errori ortografici, grammaticali e sintattici, ma soprattutto ignorano il ragionamento complesso. Niente ipotassi, abolizione delle subordinate e dei nessi causali tra proposizioni. D’altra parte sono abituati alla digitazione veloce e la miniaturizzazione degli strumenti non aiuta». Una miscela di problemi linguistici e socio-culturali: «C’è una cesura abissale con il passato, la storia li lascia indifferenti. Se affronto il conflitto mediorientale parlando dei bambini morti a Gaza, gli studenti partecipano, ma i motivi della guerra non interessano. L’attenzione è attratta da questioni emotive che esaltano la proiezione narcisistica. La cultura grammaticalizzata, le regole, l’interpretazione intellettuale, l’astrazione, la logica, lo sguardo d’insieme sono archeologia: il 90 per cento dei ventenni apprezza solo il dettaglio, il frammento, la concretezza, l’emotività». Problemi che riguardano anche gli adulti, a quanto pare: «Basta guardare le prestazioni nei concorsi di magistrati, presidi, insegnanti…».

Articolo originale: http://lettura.corriere.it/debates/i-nuovi-analfabeti/

5 dicembre 2012 at 14:02 Lascia un commento

Basta, vi prego! – Piccolo vademecum per candidarsi via email.

Ho appena terminato un’estenuante sessione di valutazione di candidature. Ne sono arrivate tipo 400.
Faccio un appello alla popolazione italiana.
Siamo nel 2012 e perlopiù le candidature vanno mandate via email.

Qualche dritta:

  • l’unico formato accettabile é il pdf.
  •  il peso complessiva degli allegati non deve superare i 3 MB.
  • la somma degli allegati non dovrebbe superare 3 documenti. Orsù, fate un unico pdf.
  • d’auspicio sarebbe almeno leggere il concorso d’assunzione e i relativi requisiti.
  • la lettera di motivazione é obbligatoria.

Esempi negativi:

  • CV e relativi allegati fotografati e spediti in formato jpg.
  • candidature inviate via Jumbomail con scadenza a tre giorni.
  • candidature del peso di 24 MB.
  • la fototessera allegata a parte in formato jpg del peso di 5 MB, spesso un ritratto in riva al mare.
  • 24 allegati in formato jpg con nomi tipo “SCAN241525″ o “IMG003″.
  • il CV formato europeo (orrendo).
  • l’indirizzo email adolescenziale mikibrum91@hotchmail.com.

Vi ringrazio dell’attenzione e saluto cordialmente.

29 novembre 2012 at 11:32 Lascia un commento

Orribile

La vita mi ha di nuovo ingurgitato. Pratiche burocratiche infinite e labirintiche mi assorbono. Intanto godetevi un po’ di musica leggera (cit.)

14 novembre 2012 at 10:00 Lascia un commento

Skyfall

Ho visto Skyfall.

Pur non essendo un’appassionata di 007 mi fregio di aver visto una decina di film sull’agente segreto. E questo, a mio modesto parere, è uno dei film più bondiani degli ultimi decenni.

Partiamo dalle (poche) note storte:

Moneypenny.

A parte questo é tutto una figata pazzesca.
Buona visione.

13 novembre 2012 at 21:16 Lascia un commento

Helvetica II – La famiglia Piccard

Tre generazioni di geni.

Auguste Piccard (1884-1962) – primo uomo a raggiungere la stratosfera a bordo di un pallone aerostatico. Inventore tra l’altro del batiscafo.
Jacques Piccard (1922-2008) – ha lavorato a lungo con suo padre Auguste e ha contribuito alla riuscita del mitico viaggio del batiscafo Trieste, che é sceso nella fossa delle Marianne nel 1960.
Bertrand Piccard (1958 - oggi) – sta portando avanti la tradizione del nonno, con la prima circumnavigazione del pianeta in un pallone aerostatico senza soste. È balzato agli onori della cronaca con la sua impresa con il Solar Impulse.

La famiglia Piccard ha toccato le vette della stratosfera e il fondo della fossa delle Marianne, e rappresentano per me l’ideale del coraggio e della passione sfrenata per la sfida e l’esplorazione.

Auguste Piccard é stato definito da Hergé come l’archetipo dell’inventore. Tanto che l’ha usato come ispirazione per il personaggio del Professor Tornasole, uno dei protagonisti degli albi di Tintin.
Laureatosi in fisica a Zurigo si é presto interessato all’atmosfera della terra. Nel 1930 ha costruito un pallone aerostatico che gli avrebbe permesso di salire a grandi altezze senza l’ausilio di una tuta pressurizzata. Lo scopo di quest’ascesa era la misurazione delle radiazioni cosmiche, che avrebbero dovuto avvallare le teorie di Einstein, che ha conosciuto durante un convegno. Nei successivi anni ha fatti diverse ascese, toccando l’altezza record di 23’000 metri.

Presto però perse interesse nei palloni aerostatici, quando si accorse che modificando la cabina dei palloni avrebbe potuto esplorare le profondità marine. Da qui un suo primo concetto di batiscafo. La costruzione di questo progetto venne però interrotta dalla seconda guerra mondiale. Riprese la costruzione nel 1945 e riuscì finalmente a portare a termine il prototipo, che però poi donò alla Marina francese. 
Fu il figlio Jacques a prendere in mano la visione del padre e con l’aiuto della Marina statunitense riuscì a costruire il Trieste. Impressionata, la Marina acquistò il prototipo e assunse Jacques come consulente.

Il Trieste, costruito in Italia su progetto di Piccard, era un batiscafo capace di ospitare due uomini. È famoso per essere sceso sul fondo del Challengers Deep nella fossa delle Marianne a 10,911 metri di profondità. Questo successe il 23 gennaio 1960. Piccard, con il suo amico Lt. Don Walsh, scesero per quasi 5 ore nel buio profondo della fossa, prima di toccare il fondo fangoso del Challengers Deep. Non avevano a bordo strumentazioni scientifiche e non condussero esperimenti, ma furono tuttavia capaci di osservare strani esseri attraverso l’oblò di vetro spessissmo del Trieste.

Bertrand Piccard riprese invece le orme del nonno, buttandosi nel campo del molto in alto. Fin da piccolo si dedicò al deltaplano e al volo in aliante. Si laurea in medicina psichiatrica, ma ben presto le sue passioni lo portano ad abbandonare la professione. Sue sono le imprese del Breitling Orbiter 3 e del Solar Impulse.

I 3 palloni Breitling Orbiter furono palloni Roziere progettati per la circumnavigazione del globo senza scali. Si tratta di palloni aerostatici molto sofisticati, dotati di gondola in kevlar progettata appositamente per il progetto Orbiter. 
L’Obiter 3 decolla  il primo marzo 1999 da Chateaux d’Oex in Svizzera, per atterrare 19 giorni dopo nel deserto egiziano dopo aver percorso più di 45’000 km, toccando un altitudine di quasi 12’000 m. Questa impresa porta a Piccard  al suo collega di viaggio Brian Jones numerosi premi.
Attualmente l’Orbiter 3 (o perlomeno la sua gondola) é esposta allo Smithsonian National Air and Space Museum a Washington.

Il progetto Solar Impulse é tutt’ora in corso. Si tratta di un aereo ad energia solare in grado di coprire lunghissime distanze. È stato progettato e costruito dal Politecnico di Losanna in collaborazione con Bertrand. Il fine ultimo di questo gruppo di lavoro é portare il Solar Impulse a circumnavigare il globo senza scali, con l’esclusiva energia fornita dal sole.

Maggiori informazioni:
swissinfo.ch
wikipedia.org

7 novembre 2012 at 08:00 Lascia un commento

Helvetica I – Tony el Suizo

Inauguriamo una sezione interamente elvetica.

Essendo emigrata da poco, vorrei un poco contribuire a risollevare l’opinione comune che vede gli svizzeri come idioti che votano contro 6 settimane di ferie e a favore dell’aumento dell’IVA.

Cominciamo con una persona assai peculiare. Lui ha tutte le caratteristiche del tipico svizzero: un po’ montanaro, cocciuto come un mulo e generoso quanto basta.

Si chiama Toni Rüttiman, é originario di Pontresina e di mestiere fa il costruttore di ponti.
Di particolare ha che i ponti li costruisce gratis e con materiali “di fortuna”.

A 20 anni, dopo aver concluso la formazione liceale, Toni decide di andare in Ecuador per aiutare le popolazioni colpite da un terremoto, per poi  iscriversi alla ETH di Zurigo per studiare ingegneria civile. Ma non tornerà più.

Da allora ha viaggiato ininterrottamente per mezzo mondo (perlopiù Sudamerica, con scappate in Vietnam e Laos) aiutando le popolazioni a ricostruire ponti crollati.
La sua tecnica é efficace, economica e dalle caratteristiche tipicamente elvetiche. Lui non costruisce, ma insegna alle popolazioni locali come costruire gli agili ponti sospesi da lui progettati. I ponti sono formati da cavi d’acciaio (riciclati dalle filovie elvetiche, che collaborano al suo progetto) e da tubi metallici ottenuti dalle locali compagnie petrolifere. In questo modo nel corso di quasi 25 anni ha contribuito alla costruzione di ca. 540 ponti che vengono utilizzati da più di un milione di persone.

Nel 2002 si ammala della sindrome di Guillain-Barré, e non potendo più viaggiare, sviluppa un software di progettazione per i suoi ponti.

“Linking people, communities, countries, even continents, is so important nowadays. In these countries, people can die because they are cut off”

Maggiori informazioni: swissinfo.ch

4 novembre 2012 at 08:00 Lascia un commento

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