Soap St4rZ, 6a puntata.

Eravamo rimasti alla mia riconciliazione con il Cuggino, chiamato anche il Tamarro Fico o Quello con l’AX e al mio segamento disinvolto del liceo artistico.
Avevamo lasciato una bionda non omologata con qualche problemino di vizi alle prese con le ire dei suoi genitori e con all’orizzonte una vita intera di boh.

Il primo ricordo dopo la bocciatura é uno schiaffo.
Non dei miei, né di qualcuno particolarmente legato a me per questioni di sangue e soprattutto non  causato da quella media irrisoriamente orrida ottenuta alla fine dell’anno.

Lo schiaffo é stato stampato sulla mia faccia da LaPorca, quando mi sono presentata a lei parecchio brilla (sul vocabolario sta alla voce ubriaca da fare schifo) alle 5 di pomeriggio.
Né “Ciao” né “Ma come cazzo stai messa?!?” ma solo Ssciaff (le onomatopee al momento non sono il mio forte, chiedo venia).

Da allora ho capito che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto, quindi mi sono messa di buona lena a cercare di riportare la mia vita verso qualcosa di più concreto che non semplice cazzeggio alcolico.

Curriculum in mano ho cominciato a girellare per alberghi e agenzie di viaggio secondo il mio teorema “le mie forze sono la creatività e le lingue, fallita una vai con l’altra”.

Finisco al Victoria, il famosissimo (su queste pagine) borghes’alberguccio pulcioso, dove dopo una settimana di stage quasi entusiasmante mi dicono che mi assicurano un posto di apprendistato per l’anno prossimo…

Come per l’anno prossimo?!?

Toné: Beh, quest’anno abbiamo già assunto lo Stordito, ma l’anno prossimo congediamo il Bravo e assumiamo te, ma non ti preoccupare… sei praticamente già assunta, non teniamo nemmeno in considerazioni le altre candidature.

Oh beh, va bene…
Solo una cosa…

Che cazzo faccio io in questi 12 mesi?

Trovo miracolosamente un posto in una gelateria in centro Lugano, gestita da due fratelli dittatori e scassapalle alquanto.
Nove ore al giorno in piedi a spadellare gelati a mocciosi e vecchietti olandesi, sei giorni su sette perché cazzo, la domenica la pretendo.

Durata tre mesi (pagati da dio, nulla da eccepire eh) e quei cretini dei gerenti trovano una povera ciula che é disposta a lavorare anche di domenica, buttando fuori quindi me che gli tengo chiuso il cubicolo sforna-gelati per un giorno la settimana allo stesso prezzo.

Nulla di grave, ci pensa mammà!
Quel suo amico, un cretino grafico che l’unica cosa furba che ha fatto in vita sua é stato sposare una fotografa di fama internazionale, mi offre di lavorare nella sua tenuta (sì, avete capito bene, tenuta) a uno stipendio da fame.

Quindi mi ritrovo a zappare orti, spuntare siepi, curare i suoi due figli (io che non sopporto i bambini, che roba) e sopportare le lamentele della moglie.

Visto che lui mi pagava uno schifo e mi trattava pure peggio mi sono vendicata depredandogli la sua fornitissima biblioteca e sabotandogli sistematicamente il lavoro.

In sua assenza rapivo i suoi dipendenti (due stagiaire e qualche grafica neo-diplomata) per delle salutari partitelle di calcio, passeggiatine nei vigneti e pause-caffé della durata di un’ora almeno (ringrazio ancora Davide per le bellissime chiacchierate, peccato che non ti ho più rivisto da allora), dimenticavo martelli nell’erba alta per distruggergli il tosaerba, corrompevo la sua domestica messicana (grazie anche a Dulce, spero che la tua bellissima e crowded Mexico City sia come l’hai lasciata) per farmi portare via i bambini nel bosco, dove almeno stavano tranquilli e lontani dalle influenze mefitiche della madre psicopatica.

La moglie Flor come già detto non era una personcina normale.
Era l’invidia fatta persona, brontolona, vendicativa e in grave crisi con il marito, un senza-carattere che cercava di nascondere questo suo difetto con dello snobismo da artista, ed eravamo amichevolmente nemiche, visto che lavoravo per suo marito e non per lei e la cosa la infastidiva alquanto.

Un giorno però mi propose di allestirle il vernissage della sua nuova mostra fotografica nel granaio della tenuta, cosa che feci con grande piacere ma anche una bella porzione di ansia.
Le fotografie valevano una mostruosità, erano incorniciate di noce con vetro antiriflesso del valore di un rene e mezzo.
Tutto questo patrimonio io dovevo appenderlo a dei fragilissimi chiodi piantati da me medesima, quindi non vi dico le maree di sudore versate dalla paura che un chiodo cedesse.

Incredibilmente l’allestimento piaque tantissimo, Flor in persona mi disse che il susseguimento tematico delle foto era una genialata e mi offrì una sigaretta, massima espressione d’affetto permessa dal suo cuore rinsecchito.

Lì si concluse la mia carriera come factotum, visto che ne avevo le balle piene e mia sorella il Disastro mi aveva fatto una proposta alla quale proprio non potevo rinunciare…

So che Flor e suo marito hanno finalmente divorziato, lui si é accasato con una donnina viscida e lei ha traslocato lo studio in centropaese.
La figlia Azul la vedo ogni tanto sul bus e ancora mi saluta con un bacio, facendomi credere di essere stata veramente una brava baby sitter, cosa della quale dubito ancora oggi.
[…]

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