Soap St4rZ, 7a puntata.

Tutti si saranno fatti domande sulla misteriosa proposta del Disastro mia sorella.
Ricordate? Quella irrinunciabile.

Boh, cosa sarà mai!

Ecco qua

E adesso vi andate a cercate dove cazzo sta quest’isola perché mica vi é dovuto tutto, diamine.

Per farla breve quella disgraziata voleva trascinarmi per un mese ai tropici a spese dei miei, cosa che mi tornava molto comoda e diciamocelo, avevo un dannato bisogno di una vacanza, chissenefrega se poi non é Genova ma da qualche parte nel mar caraibico.

Tempo zero e mi ritrovo su un aereo direzione Parigi per in seguito intraprendere un volo omicida di otto ore attraverso l’Atlantico (mica a nuoto come racconta Google Maps).
No dico, vi immaginate due fumatrici a nastro dopo otto ore di turbolenze no smoking?

Scendiamo parecchio deteriorate, io peraltro ho scoperto di essere estremamente intollerante all’aria condizionata, per scontrarci con un muro umidiccio della temperatura di 35°C.
Febbraio ragazzi, era Febbraio.

Ci imbarciamo su un bielica che saltella di isola in isola fino alla nostra destinazione, un bielica estremamente chic, tipo che non sfigurerebbe in un museo d’aviazione d’epoca, con il copilota che vedendomi macchina fotografica in mano mi suggerisce candidamente di aprire il finestrino, per poi riimmergersi nella lettura del giornale.

Arriviamo tardissimo, ma mia sorella deve prima salutare il miliardo e mezzo di amici suoi, conosciuti in anni di frequentazione di isole tropicali, prima di riuscire finalmente ad approdare alla nostra tenda in riva al mare, nella bellissima Brewers Bay, con in faccia un Atlantico mai visto così (altro che coste spagnole, tzé).

Passano i giorni e le settimane, mia sorella non si schioda dalla spiaggia  lasciandomi come unica scelta di svago il girellare per la zona, totally immersa nella natura, sfidando la legge di gravità inerpicandomi per colli con pendenze ammazzamotori e discese da fare col culo.

 

Scopro caverne, terrazzi panormaici che danno sul mare sterminato, piccoli rifugi dove osservare i paguri divertirsi a zompettare in giro per le rocce, pensando spesso anche al Cuggino, che nonostante negli ultimi mesi i litigi siano stati tanti, mi manca da pazzi, facendo riemergere il tipico ardore romantico adolescenziale.

Quindi mi son messa di buona lena a servire drinks a tempo perso al bar della baia intascando mance dai miei insegnanti d’inglese per pagarmi le tessere telefoniche per chiamare il mio ammore.

Personaggi notevoli dell’isola erano:

Owner: la padrona del campeggio, un armadio di ebano  che ci viziava ogni venerdì con pasti a base di pesce.

Beerman: una panza da birra proveniente dal Maine, l’unico con la pazienza di insegnarmi ‘sto benedetto inglese, guida turistica eccelsa e gran gastronomo.

Waleman: un chiodino alto un metro e ottanta, gommonemunito che mi portava a sentire le balene al largo, silenzioso e di una gentilezza sopraffina.

IvotedBush: il testa di minchia, di cui mia sorella era pazzamente innamorata, sfortunatamente il flirt ha funzionato.

Shaggy: il barista della baia accanto che cercava di rimorchiarmi a base di cocktail di lusso e fascino black&proud, uguale al “Shaggy It wasn’t me” che tutti conosciamo.

Ho pianto decisamente tanto quando ho dovuto lasciare l’isoletta, i paguri, Beerman, la barriera corallina a quattro bracciate dalla spiaggia, i mitici Fishburger e i Piña Colada della Cook, il granchio albino segnaora e la coloratissima Road Town, capitale grande come Busto Arsizio, anzi meno.

Era tempo di cominciare a fare la vita seria, visto che cominciava l’anno scolastico e io finalmente sarei diventata la ricezionista isterica che tutti conoscono.

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