Dio é morto, Marx é morto, e anch’io non mi sento tanto bene.

Il 3 aprile mia mamma se n’é involata verso pianeti più gratificanti.
Ha terminato la sua via crucis poco prima di Pasqua, finendo suo malgrado in un letto d’ospedale in totale incoscienza. Ora la sento soltanto ridere. Ride dietro di me quando nonostante tutto scoppio in lacrime, ride dietro di me quando leggo il suo diario con vago senso di colpa.

Sul testamento c’é scritto che tutti i suoi testi resteranno a me, giacché io so cosa farne.
La radio passa “Graceland” di Paul Simon, esattamente la canzone da noi scelta per la veglia prima della sua cremazione. Quando si dice il caso.

Mi sento paralizzata, ogni attività mi costa uno sforzo enorme. Tranne pulire, pulire tutto, riordinare, spolverare, lavare i piatti, cercare di far sparire ogni traccia di malattia dai suoi spazi.

Voglio credere che mia mamma sia ancora qui in giro, a controllare come stiamo, cosa stiamo facendo. Mio padre non riesce a togliersi dalla mente gli ultimi giorni di vita di mia madre, passati in un letto d’ospedale, con litri di Dormicum e Metadone che goccia a goccia finivano nelle sue vene.
Non riesce a dimenticare il suo respiro incosciente.

Io riesco ancora a vederla alla macchina da cucire, o con un pennello in mano, che dipinge tutto quello che le passa per la mente, intrattenendo comunque chiunque si trovi con lei in quel momento.
Riesco ancora a vederla seduta in balcone a leggere con la sigaretta in mano. La sento ancora chiedermi di prepararle un caffé.

Non voglio ricordarla come uno scheletro adagiato prudentemente su lenzuola igienizzate, con addosso un anonimo camicie d’ospedale. Voglio ricordarla vestita di colori sgargianti, ricamati dalle sue stesse mani, quelle mani che non riuscivano mai a stare ferme, avevano sempre qualcosa da scrivere, da disegnare, da cucire, da leggere, da fumare o bere.
Quelle mani così poco femminili ma così espressive. Sempre macchiate di qualche colore o ferite da qualche cosa, quella pelle irruvidita dal troppo fare.

Ora siamo io e mio padre, il filosofo da poltrona che sta vedendo la sua vita sbriciolarsi. Io speriamo che me la cavo.

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5 pensieri su “Dio é morto, Marx é morto, e anch’io non mi sento tanto bene.

  1. Tua madre è viva in te. Tu sei parte di lei e lei è parte di te.
    Gli affetti sopravvivono in questo terribile modo, privandoci di quanto ci è più caro, ed è difficile farsene una ragione, accettare che anche la persona che si è amata di più debba un giorno andarsene lasciandoci più soli e col compito di andare avanti senza di lei.
    Ho sognato tante volte di rivedere mio padre e quando m’è apparso è stato come se lui fosse stato sempre con me. Non è mai terminato l’amore che provavo per lui, terminerà solo con me, quando me ne andrò anch’io lasciando a mia volta un figlio nel suo sgomento. Poi se ne andrà anche lui e lascerà i suoi figli così come io feci con lui e come mio padre fece con me.
    Lo sgomento e il pianto passeranno lasciando il posto alla rassegnazione, ma lei continuerà a vivere in te fin quando tu vivrai.
    Pensa a quanto sarebbe felice di sapere che le vuoi così bene da serbarla nel cuore per tutta la tua esistenza.

    Un abbraccio affettuoso,
    Pan

  2. Vi ringrazio tutti. I vostri pensieri e le vostre riflessioni, qui come altrove, mi hanno aiutato moltissimo. È strano come persone che nella mia mente non hanno faccia, ma solo buone parole, riescano a rincuorarmi così bene.

    Il lutto é una strana creatura, che accompagna in silenzio.
    Ma ancora adesso sento mia mamma borbottare.

    Mio padre é in ospedale e non tornerà a casa tanto presto, ma crediamo entrambi sia meglio così, é un buon modo di elaborare la perdita di mia madre senza troppi scossoni.

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