Pena di vita, diritto di morte: l’ultimo tabù

Articolo pubblicato su un settimanale di programmi TV svizzero sull’eutanasia e il suicidio assistito.
[da Ticinosette nr. 29, 10 VII 09]

Suicidio assistito: storia di una legislazione fra le più liberali d’Europa, di un dibattito mai sopito e di controverse ma progressive aperture alla “dolce morte”. Ora però il Consiglio federale vuole più regole, mentre il Ticino discute sul suicidio negli ospedali pubblici.

“Chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto é punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria”.

Tutto ha inizio qui, dall’articolo 115 del Codice penale svizzero e da quelle tre parole “per motivi egoistici”. Un dettaglio solo apparente, ma che ha assunto una portata etica gigantesca innescando contrasti e dibattiti ai più alti livelli giuridici, politici e medici, e ha fatto sì che la nostra legislazione fosse una delle più liberali in materia di suicidio. A causa di queste tre parole la Svizzera da anni fa parlare di sé anche all’estero, in positivo o in negativo, ma sempre nei toni accesi e spepsso estremi con cui si affronta un grande tabù come la morte.
E pensare che l’articolo 115 è nato in tutt’altro ambito da quello medico. Niente a che fare con l’accanimento terapeutico: è stato introdotto quanto il suicidio era una via di scampo contro il disonore e le delusioni d’amore. Chi forniva l’arma al suicida non doveva essere ritenuto responsabile.  Cambiato il contesto sociale, è però rimasta la legge. Che di fatto non penalizza chi aiuta qualcuno a morire per motivi compassionevoli o disinteressati. È un reato soltanto l’eutanasia attiva (gli unici paesi che la permettono sono Belgio e Olanda), paragonabile all’aomicidio intenzionale, ma non il suicidio assistito (la messa a disposizione dei mezzi per togliersi la vita a qualcuno che compie autonomamente il gesto), l’eutanasia indiretta (la somministrazione di cure palliative i cui effetti secondari possono condurre alla morte) e l’eutanasia passiva (l’interruzione di misure che permettono di allungare la vita).

Il dibattito sugli “angeli della morte”
Agiscono quinidi in piena legalità giuridica (ma talvolta ai confini di quella etica) le due più importanti associazioni svizzzere di aiuto al suicidio Dignitas ed Exit, che accolgono le richeste di chi – maggiorenne, pienamente capace di intendere e volere e in grado di assumere autonomamente una dose letale di barbiturici – chiede ripetutamente di poter mettere fine alla propria vita a causa di un male incurabile o di sofferenze insopportabili fisiche e spirituali. Regole chiare e valide per tutti? In realtà no, i confini sfumano e sui casi limite nascono accese polemiche.

Dignitas, che a differenza di Exit accoglie anche “clienti” non residenti in Svizzera, trasloca di continuo per le ripetute ingiunzioni di sfratto e divieti di esercizio ricevute in vari comuni zurighesi. L’ultimo dei quali giunto alla fine di giugno a seguito della pubblicazione di notizie  sul ricorso all’elio nelle pratiche del suicidio; uno stratagemma per evitare la prescrizione medica del barbiturico (obbligatoria) che rinnova le proteste degli oppositori (sollevate in precedenza anche in occasione di suicidi effettuati in alcune automobili o in camere d’albergo). […]

Interessante anche la proposta di ammettere le due associazioni  negli ospedali ticinesi (già ammessi negli ospedali di Losanna, Berna ed altri), dove al momento viene applicata unicamente l’eutanasia passiva e indiretta.

E in Italia?

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