144

Chiamare il 144, l’ambulanza, su esplicita richiesta di un ragazzo.
Un ragazzo paziente dell’ospedale neuropsichiatrico.
Un ragazzo che la mattina è stato sottoposto a una terapia a base di psicofarmaci per lui nuova.
Un ragazzo che ha potuto liberamente vagare per la zona senza un periodo d’osservazione sugli effetti di questa “cura”. Un ragazzo che si stende in treno.
Completamente disorientato.
Abbattuto, confuso, vulnerabile. Lo prendo a braccetto per farlo scendere. Chiede lui di chiamare il 144. Si ricorda di tutti i farmaci assunti, fortunatamente sa i nomi, sa dirmi il medico che li ha prescritti. Mi chiede se sono un paramedico.
Mi sento un po’ angelo custode.

La scena sul marciapiede della stazione ferroviaria è abbastanza insolita: io, questo ragazzo dalla faccia smorta, un signore sordomuto che gesticola per chiedermi l’accaduto, una signora incinta che con lo sguardo supplica di non essere coinvolta, ma con cortesia chiede se serve aiuto.

L’ambulanza si ferma nel luogo sbagliato, eppure avevo indicato chiaramente dove fossimo. Il signore sordomuto che si offre di accompagnare i paramedici sul posto.
Mi dispiace quasi abbandonare il ragazzo, che fiducioso risponde a tutte le domande del medico e si lascia manipolare. Sembra molto sollevato.
Io meno, perché mi faccio molte domande su quella che al giorno d’oggi chiamano terapia psichiatrica.

Consiglio anche la lettura di questo articolo di Lameduck, il figlio matto

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