The new Holocaust

Cominciò tutto con i barconi. Masse di persone diversamente bianche in fuga da chissà dove e da chissà chi venivano spazzate dai marosi sulle coste europee.

Poi arrivarono i muri di rete metallica e filo spinato. I politici tutti trovavano giustificazioni. La Francia, la Germania, persino l’Inghilterra.

Prima i nostri cittadini.

Non possiamo accogliere tutti.

Le finanze sono scarse.

L’Italia non poteva fare niente, non avendo confini di stato ma solo coste.
Arrivarono i campi profughi, e all’urlo “Ci rubano i soldi, il lavoro, le donne” i finanziamenti per questi campi vennero tagliati.
Quando i profughi si ammalarono i giornali titolavano “Tubercolosi, tifo, malaria” senza accennare alle scarse condizioni igieniche createsi con tali tagli.

Cominciarono a chiamare i profughi con numeri, magari quello del barcone con il quale sono arrivati. Cominciarono ad abusare delle donne, a trascurare la salute dei bambini.

La sensibilità delle persone, anche quelle più progressiste, stava diminuendo. Un morto non faceva più notizia. Cento morti non facevano più notizia. Le rivolte non facevano più notizia. Gli sfruttamenti non facevano più notizia.

Era il paradiso dei fascisti, dei populisti, dei nazionalisti che finalmente, in questa (non) emergenza potevano parlare e urlare liberamente, senza nessuno che li deridesse e gli chiudesse la bocca a schiaffi.

Tutti guardavano all’Australia. Loro sì che sanno come si fa. Via! Fuori! I campi di accoglienza sono lontani, nessuno controlla, occhio non vede cuore non duole.

E prima che qualcuno si accorgesse, arrivò un nuovo olocausto. Migliaia e migliaia di vittime, lasciati affogare, lasciati morire di fame o di malattia, rinchiusi dietro reti sotto il sole, lasciati a marcire in tende umide. Oppure ammazzati di lavoro in nero. Sparati perché trovati a cercare di attraversare un confine. Molti non avevano un nome. Tanto erano solo tanti Mohammed.

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