Helvetica II – La famiglia Piccard

Tre generazioni di geni.

Auguste Piccard (1884-1962) – primo uomo a raggiungere la stratosfera a bordo di un pallone aerostatico. Inventore tra l’altro del batiscafo.
Jacques Piccard (1922-2008) – ha lavorato a lungo con suo padre Auguste e ha contribuito alla riuscita del mitico viaggio del batiscafo Trieste, che é sceso nella fossa delle Marianne nel 1960.
Bertrand Piccard (1958 – oggi) – sta portando avanti la tradizione del nonno, con la prima circumnavigazione del pianeta in un pallone aerostatico senza soste. È balzato agli onori della cronaca con la sua impresa con il Solar Impulse.

La famiglia Piccard ha toccato le vette della stratosfera e il fondo della fossa delle Marianne, e rappresentano per me l’ideale del coraggio e della passione sfrenata per la sfida e l’esplorazione.

Auguste Piccard é stato definito da Hergé come l’archetipo dell’inventore. Tanto che l’ha usato come ispirazione per il personaggio del Professor Tornasole, uno dei protagonisti degli albi di Tintin.
Laureatosi in fisica a Zurigo si é presto interessato all’atmosfera della terra. Nel 1930 ha costruito un pallone aerostatico che gli avrebbe permesso di salire a grandi altezze senza l’ausilio di una tuta pressurizzata. Lo scopo di quest’ascesa era la misurazione delle radiazioni cosmiche, che avrebbero dovuto avvallare le teorie di Einstein, che ha conosciuto durante un convegno. Nei successivi anni ha fatti diverse ascese, toccando l’altezza record di 23’000 metri.

Presto però perse interesse nei palloni aerostatici, quando si accorse che modificando la cabina dei palloni avrebbe potuto esplorare le profondità marine. Da qui un suo primo concetto di batiscafo. La costruzione di questo progetto venne però interrotta dalla seconda guerra mondiale. Riprese la costruzione nel 1945 e riuscì finalmente a portare a termine il prototipo, che però poi donò alla Marina francese.
Fu il figlio Jacques a prendere in mano la visione del padre e con l’aiuto della Marina statunitense riuscì a costruire il Trieste. Impressionata, la Marina acquistò il prototipo e assunse Jacques come consulente.

Il Trieste, costruito in Italia su progetto di Piccard, era un batiscafo capace di ospitare due uomini. È famoso per essere sceso sul fondo del Challengers Deep nella fossa delle Marianne a 10,911 metri di profondità. Questo successe il 23 gennaio 1960. Piccard, con il suo amico Lt. Don Walsh, scesero per quasi 5 ore nel buio profondo della fossa, prima di toccare il fondo fangoso del Challengers Deep. Non avevano a bordo strumentazioni scientifiche e non condussero esperimenti, ma furono tuttavia capaci di osservare strani esseri attraverso l’oblò di vetro spessissmo del Trieste.

Bertrand Piccard riprese invece le orme del nonno, buttandosi nel campo del molto in alto. Fin da piccolo si dedicò al deltaplano e al volo in aliante. Si laurea in medicina psichiatrica, ma ben presto le sue passioni lo portano ad abbandonare la professione. Sue sono le imprese del Breitling Orbiter 3 e del Solar Impulse.

I 3 palloni Breitling Orbiter furono palloni Roziere progettati per la circumnavigazione del globo senza scali. Si tratta di palloni aerostatici molto sofisticati, dotati di gondola in kevlar progettata appositamente per il progetto Orbiter.
L’Obiter 3 decolla  il primo marzo 1999 da Chateaux d’Oex in Svizzera, per atterrare 19 giorni dopo nel deserto egiziano dopo aver percorso più di 45’000 km, toccando un altitudine di quasi 12’000 m. Questa impresa porta a Piccard  al suo collega di viaggio Brian Jones numerosi premi.
Attualmente l’Orbiter 3 (o perlomeno la sua gondola) é esposta allo Smithsonian National Air and Space Museum a Washington.

Il progetto Solar Impulse é tutt’ora in corso. Si tratta di un aereo ad energia solare in grado di coprire lunghissime distanze. È stato progettato e costruito dal Politecnico di Losanna in collaborazione con Bertrand. Il fine ultimo di questo gruppo di lavoro é portare il Solar Impulse a circumnavigare il globo senza scali, con l’esclusiva energia fornita dal sole.

Maggiori informazioni:
swissinfo.ch
wikipedia.org

Helvetica I – Tony el Suizo

Inauguriamo una sezione interamente elvetica.

Essendo emigrata da poco, vorrei un poco contribuire a risollevare l’opinione comune che vede gli svizzeri come idioti che votano contro 6 settimane di ferie e a favore dell’aumento dell’IVA.

Cominciamo con una persona assai peculiare. Lui ha tutte le caratteristiche del tipico svizzero: un po’ montanaro, cocciuto come un mulo e generoso quanto basta.

Si chiama Toni Rüttiman, é originario di Pontresina e di mestiere fa il costruttore di ponti.
Di particolare ha che i ponti li costruisce gratis e con materiali “di fortuna”.

A 20 anni, dopo aver concluso la formazione liceale, Toni decide di andare in Ecuador per aiutare le popolazioni colpite da un terremoto, per poi  iscriversi alla ETH di Zurigo per studiare ingegneria civile. Ma non tornerà più.

Da allora ha viaggiato ininterrottamente per mezzo mondo (perlopiù Sudamerica, con scappate in Vietnam e Laos) aiutando le popolazioni a ricostruire ponti crollati.
La sua tecnica é efficace, economica e dalle caratteristiche tipicamente elvetiche. Lui non costruisce, ma insegna alle popolazioni locali come costruire gli agili ponti sospesi da lui progettati. I ponti sono formati da cavi d’acciaio (riciclati dalle filovie elvetiche, che collaborano al suo progetto) e da tubi metallici ottenuti dalle locali compagnie petrolifere. In questo modo nel corso di quasi 25 anni ha contribuito alla costruzione di ca. 540 ponti che vengono utilizzati da più di un milione di persone.

Nel 2002 si ammala della sindrome di Guillain-Barré, e non potendo più viaggiare, sviluppa un software di progettazione per i suoi ponti.

“Linking people, communities, countries, even continents, is so important nowadays. In these countries, people can die because they are cut off”

Maggiori informazioni: swissinfo.ch

Musiche dal mondo I – Günther

Mats Söderlund, ex-modello svedese, é il cantautore che presenteremo oggi.

Il suo primo e per intanto ultimo album é uscito nel 2006, con lo sfolgorante titolo di “Pleasureman”.
Nato nel 1969, Mats, il cui nome d’arte é Günther, ha fatto il fotomodello fino al 2006, quando all’improvviso si é dato alla musica, con l’intento, a sua detta, di portare avanti un messaggio di rispetto e amore universale.

La sua musica rientra nel genere eurodance, e ha come spalla le “Sunshine Girls”, misteriose e bellissime ragazze bionde dalla voce melliflua.

I suoi maggiori successi sono stati:

The Ding Dong Song
Touch me (con Amanda Fox)
Like Fire Tonight

Qui un suo video:

Regole per candidarsi in modo non ridicolo.

Ok, facciamo che lavoro in una ditta attiva nei trasporti ferroviari.
Tra le altre cose mi occupo dell’account email istituzionale. A questo indirizzo arrivano le richieste di informazioni, lo spam, le lamentele e tutte quelle che vengono chiamate candidature spontanee.

Le candidature spontanee sono una rottura. Perché devo evaderle e rispondere a tutti, in modo garbato e personale.

Ma va bene. Le candidature spontanee non sono inutili, anzi.
Se la candidatura inoltrata é valida e la persona ha un percorso interessante, magari la direzione vuole fare un colloquio conoscitivo.
Se la candidatura inoltrata é valida.

Mmmmh.

Spesso non é il caso.
Il caso più frequente é quello di una candidatura zoppicante, incompleta, fuori luogo.
Se la candidatura mi arriva dall’indirizzo sventrapapere858@yahoo.com, converrete con me che la risposta sarà no, grazie.
Se la candidatura di Franco Bello mi arriva dall’indirizzo mimmolina_super, o peggio da francesca.corrisposto capirò che il candidato non ha nemmeno voglia di farsi un indirizzo email.
Se la candidatura di Laura Verde mi arriva firmata da Giovanna Verde, che spergiura sul genio della figlia, capirò che Laura non è una persona propriamente indipendente.
Un curriculum allegato a una mail vuota non é una candidatura, é una presa in giro.
Una lettera di presentazione indirizzata all’attenzione di un generico ufficio del personale, é odiosa perché é stata mandata in bcc a 1’000 aziende diverse.
Un’email che recita “disponibilità per qualsiasi posizione aperta” é pura disperazione (giuro, non lo dico con cattiveria, posso capire la disperazione della disoccupazione, ma uno sforzo in più?).

Le sgrammaticature in una candidatura come segretaria stanno male.
Peggio ancora in quella di un ingegnere.
Gli allegati in word mi viene voglia di infarcirli con barzellette oscene e di rispedirli indietro. 

Gli esempi sono innumerevoli e tristi. Quelli che cercano di strapparti una risata scrivendo nell’oggetto “Sì, sono quello che cercavate”, oppure quello che lasciano l’oggetto vuoto facendo finire il messaggio nello spam. I messaggi pieni di emoticon, gli allegati che pesano 23 Mb, quelli che parlano male del precedente datore di lavoro, quelli che quando gli rispondi in modo garbato che purtroppo al momento il nostro organico è al completo ti rispondono inviperiti che non sai cosa ti perdi.
Ho ricevuto candidature con il curriculum copiato direttamente nel corpo della mail, scritto in Papyrus 24 pt.
Ho ricevuto candidature senza curriculum che mi chiedevano di essere richiamati. Sulla base di cosa, scusa?
Ho ricevuto offerte di lavoro come aiuto pizzaiolo. Siamo un impresa di trasporto ferroviario.
Una addirittura, dopo averle risposto di no, mi ha chiamato tutta incazzata perché avevo travisato il suo messaggio, e che dovevo considerare nulla la sua candidatura (??).

Qualche regola per una buona candidatura?

Prima di tutto fatevi un indirizzo email serio. Nome.cognome@dominio.com va benissimo.
Farsi un idea di cosa si occupa l’azienda alla quale si vorrebbe mandare il CV non nuoce mai.
La mail dovrebbe contenere una presentazione, una motivazione per la candidatura, il curriculum in pdf ed eventuali certificati (diplomi, attestati di lavoro, …)

Per quanto riguarda il CV vero e proprio vale la regola meno è meglio.
Niente sviolinate ma solo fatti, elencati in modo semplice e leggero. I curriculum di 4 pagine infarciti di descrizioni sulle mansioni sono insostenibili. Gli attestati di lavoro servono proprio a dare le informazioni sulle mansioni precedentemente svolte (richiedetelo sempre alla fine di una collaborazione).

La sequenza delle informazioni potrebbe essere:

  • Dati personali con foto (seria, vi prego)
    Qui ci vanno: nome cognome, data di nascita, nazionalità, stato civile, contatti (email, nr. Telefono, indirizzo). Mi è già successo di ricevere curriculum ai quali non sapevo come rispondere perché non c’erano i contatti.
  • Formazione (se avete 3 master, lasciate via le scuole dell’obbligo)
  • Formazione continua
    Qui vanno corsi di specializzazione, corsi linguistici, soggiorni linguistici, corsi informatici, …
  • Conoscenze linguistiche (quelle attestabili, la scuola dell’obbligo non fa stato)
  • Esperienze professionali
    Elencati con datore di lavoro, periodo d’impiego, mansione, eventuale persona di contatto per ulteriori informazioni.

Se la vostra formazione non é delle più brillanti, oppure avete più di quarant’anni, vi conviene anteporre le esperienze professionali alla formazione.

Gli hobby non interessano. Se scrivi di suonare in un complesso rock, io so solo che probabilmente farai assenze per andare a suonare e che il lunedì arriverai in ufficio spettinato. Se scrivi shopping il facepalm è automatico.

Un CV andrebbe aggiornato costantemente. Quindi dopo ogni nuova esperienza, sia questa professionale oppure formativa.

Faccio notare che i nomi contenuti nell’articolo sono fittizi. In caso qualcuno si senta preso in causa, mi scriva nei commenti e provvederò a modificare l’articolo.

Ora chiedo a te. Hai esperienza nella valutazione di candidature? Suggerimenti per migliorare l’articolo? Accorri numeroso e fammi vergognare.

Berlino pian pianino

Cominciamo la giornata con una colazione abbastanza ordinaria (la formula All-you-can-eat include la clausola che il cibo é talmente scadente da meravigliare persino me) per poi recarci in stazione a prenotare immediatamente i posti per il ritorno – che col cazzo che stiamo ancora in piedi. Ci dirigiamo quindi in direzione Alexanderplatz per visitare il Fernsehturm (una volta conosciuto come Rundfunkturm) di Berlino, costruito dalla DDR per dimostrare quanto fossero avanti. La visita si rivela una cocente delusione: in parte a causa della foschia in parte a causa di tutta questa bella gente con uno scarso senso per l’igiene. Per non parlare dei fascismi locali in tema di sicurezza – la guardia ci sequestra l’acqua, nonostante sulla torre non ci siano aperture che danno sull’esterno, e si rifiuta di restituirla al termine della visita (wird weggeworfen, verrà gettata via), e questo in una città dove l’acqua costa 3 euro al litro. Ammirevole comunque l’ascensore che copre i 203 metri della torre in ca. 40 secondi, e senza fastidi, essendo pressurizzato.

Fernsehturm Berlin

Dopo una sosta da Starbucks (più per il WiFi che per il caffé) ci dirigiamo in direzione Duomo di Berlino per visitare il museo della DDR.

Al museo c’é una discreta ressa, ma prendendosela con calma riusciamo a visitarlo quasi tutto. Il museo é strutturato in modo interattivo, con cassetti che si aprono, sportelli da scoprire, oggetti da toccare (c’é persino una Trabant sulla quale si può salire). L’ambiente é sereno, i curatori puntano a far comprendere la vita di tutti i giorni, le file, la merce mancante (Ham wa nicht, non ce l’abbiamo), ma anche la vita sociale, le ferie organizzate dal partito. Comici i tentativi della DDR di fare pubblicità simil-capitaliste per rasoi elettrici, motorini, asciugacapelli. Belli sì, ma non é che ci fosse una gran scelta di modelli.

Fondamentalmente si esce con l’impressione che il sistema sarebbe stato giusto, umano, se il governo non si fosse comportato come “un’amante gelosa, che voleva sempre sapere dov’eri, con chi, cosa stavi facendo”.

In seguito alla visita ci fermiamo al DDR-Restaurant, ristorante che ripropone i piatti forti serviti alla Domklause, il ristorante all’interno dell’Hotel più rinomato della DDR. Quindi non proprio cucina proletaria. Ma vi garantisco che in confronto alle Spreewaldgurken, alla Grilletta (Magio) e alla mia Kartoffelsuppe mit Wurst la trattoria Gigi er Zozzone é una mangiatoia di lusso. Adorabile la lotta contro tutti gli anglicismi (Grilletta non é niente più che un hamburger). Meraviglioso il murales “Lob des Kommunismus”.

Lob des Kommunismus

Non paghi di cotanta bontà, all’esterno del museo veniamo assaliti da due pazzoidi che portano un grill accesso a mo’ di gigantesco marsupio, servendo salsicce bollenti a tutti coloro che non fanno in tempo a scappare.Porchettaro pazzo (fonte foto: google)

Prendendo la U-Bahn andiamo nel quartiere di Kreuzberg a visitare la Haus am Checkpoint Charlie. La U-Bahn di Berlino é il modo più rapido e divertente di muoversi in città. Rapido perché la maniera teutonica non vuole tornelli (sulle porte del treno scrivono “salita permessa solo con titoli di trasporto valido” e bona l’é), divertente perché i pianerottoli sono invasi da venditori di cibarie (sandwich, frutta, kebab, salsiccie ovunque) e ogni stazione metro é disegnata in modo diverso . i treni sono antidiluviani ma puliti e stranamente mai sovraffollati.
Stazione metro

Arrivati al Checkpoint Charlie vediamo per prima cosa una massa di turisti. La scena é abbastanza surreale. Il Checkpoint é stato mantenuto integro, con tutti i cartelli al posto giusto e pezzi di Muro sparsi qua e là, ma di fianco c’é un McDonalds, alcuni tizi vestiti da guardie militari si fanno fotografare insieme a turisti polacchi avvinazzati – sembrano l’equivalente dei gladiatori presso il Colosseo di Roma – e un tipo poco raccomandabile vende finti visti diplomatici. Ironie di Berlino.I'm lovin' it

La visita alla Casa presso il Checkpoint Charlie ci lascia senza forze. Fondata nel ’62 era punto d’incontro di sostenitori delle fughe e della libertà. Negli anni il materiale raccolto dal fondatore ha portato all’ampliamento degli spazi, che ad oggi occupano i primi due piani del palazzo nel quale é situato. Il museo non é strutturato. Si tratta piuttosto di una raccolta di materiali di tutti i tipi che raccontano centinaia di storie individuali che coinvolgono il Muro, la fuga, le guardie, la morte, la disperazione ma anche la speranza e le rare vittorie ottenute dai fuggiaschi.
Emblematica la finestrella che dà direttamente sul muro, dal quale i visitatori della casa potevano osservare senza essere osservati, e quindi aiutare eventuali fuggiaschi a portare a termine la loro missione.
Ancora oggi il museo, anche se il fondatore oramai é morto, si impegna nella lotta per la libertà, per i diritti civili e per l’abbattimento di tutti i tipi di muri.

Poco lontano dal Checkpoint si trova un’area tematica chiamata Topografia del Terrore. Qui giacciono le fondamenta degli edifici della Gestapo e l’Hotel che serviva da quartier generale alla Direzione delle SS. Gli edifici sono stati rasi al suolo alla fine della guerra, ma si sono mantenute le celle di detenzione. Ironia della sorte: il Muro sarebbe passato a pochi metri da quelle celle.
Topographie des TerrorsLe celle sono nella parte inferiore

Madness

Dove passa il muro?
Stremati da tanta amarezza finiamo al Sali e Tabacchi, uno dei più rinomati ristoranti italiani a Berlino. A portarci in questo tempio gourmet é semplicemente la voglia di un buon caffé (Starbuck’s hai rotto). Qui scambiamo amabili opinioni politiche con il cameriere bergamasco, trapiantato a Berlino da più di 12 anni e sorbiamo il miglior caffé di tutta la vacanza.

Avendo ritrovato un briciolo di energia decidiamo di attraversare la città per andare in Oranienburgerstrasse a visitare il Tacheles, centro sociale e culturale di Berlino. L’accoglienza – odore di urina estremamente pungente – non é delle migliori ma l’edificio, un ex-centro commerciale in stile liberty, é meraviglioso e per chi come me é appassionato di decadenza urbana una specie di baule dei tesori. Il Tacheles é distribuito su quattro piani, tutti i muri sono completamente imbrattati di vernice-foto-tag-immagini-disegni e i vari locali sono occupati da artisti, pazzoidi, gente che non si sa bene come impegna il tempo. Trovano posto anche una specie di caffé/bar e una galleria artistica con tanto di mostre itineranti.
Tacheles

Visto che si sono fatte le 19.00 torniamo in Hotel, ci facciamo una doccia e andiamo ad ubriacarci al bar posto sul tetto dell’Hotel. Improvvisamente ci salta all’occhio l’evidenza del perché i giovani locali vanno in giro con confezioni da sei di birra. Due Weizenbier da mezzo costano 4 euro. L’acqua costa 3 euro al litro. Dopo esserci storditi per bene e a stomaco vuoto finalmente usciamo per ristoranti. Ci fermiamo al Kartoffelkeller, osteria che serve piatti tipici della zona, quindi patate in tutte le salse. Prendiamo come antipasto delle frittelle di patate ripiene di pancetta, mele e cipolle. Come secondo io, che non sono a posto con la testa, prendo una patata al forno (pantagruelica, sarà stata 4 etti) con panna acida, mentre il Magio si butta sullo stinco di maiale con Knödel di patate e crauti (what else?). Torniamo felicemente brilli ed appesantiti (evviva la birra) in Hotel e praticamente sfondiamo il letto.

Prossima puntata: Hotel surrealisti e orsetti psichedelici

Berlino giorno primo

Tornati settimana scorsa da Berlino, città a rilascio lento, ma decisamente apprezzabile.
Quindi niente: i miei ectoplasmici lettori si cuccano il romanzo a puntate dell’esperienza. Buon appetito.

Siamo partiti da Chiasso alle 04.42 per avventurarci nel viaggio in treno più lungo da noi mai affrontato.
Cambio a Zurigo e Mannheim. In totale siamo stati in viaggio ca. 12 ore.
Non appena varcata la frontiera con la Germania vediamo stazioni ferroviarie al limite dello spartano, pulite ma completamente spoglie di qualsiasi tocco di colore.
La mancata prenotazione dei posti e il sovraffollamento del treno ci costringe a vagare per i corridoi dell’ICE 940 per le ultime 2 ore di viaggio.
DB sta per Davvero Bravi, mica per Deutsche Bahn. A un certo punto un bagno del vagone s’intoppa, e la situazione é grave viste le facce dei malcapitati che s’affacciano al wc. Arriva il controllore, appiccica un “fuori servizio”, fa un colpo di telefono e 10 (dieci) minuti dopo(il treno non ha fatto fermate) appare una specie di Super Mario in salopette (targata DB) che entra, bestemmia, chiude la porta. Qualche scroscio e altre bestemmie finché finalmente lo sciacquone si arrende al maestro e riprende a funzionare. Il tizio riapre la porta, da una pulita en passant e salutando se ne torna da dove é venuto (probabilmente dal nulla).

Arriviamo a Berlino e per prima cosa pensiamo bene di perderci in stazione, la quale é assolutamente immensa e piena di fast food americani.
Burger King che fronteggia Starbucks che vive accanto a Dunkin’ Donuts che rivaleggia con McDonalds. Una specie di delirio.

Come primo albergo abbiamo scelto qualcosa di estremamente vicino e possibilmente economico, finendo per soggiornare all’A&O Hotel und Hostel. La stanza si rivela senza inganni: pulita, noiosa e con le pareti troppo sottili. Unica pecca le scarpate sui muri, ma pace. Il personale – giovane ed efficiente – ci consiglia come prima uscita (tenendo conto che erano le 19.00) il quartiere diplomatico.

Zaino in spalla superiamo la stazione centrale, passiamo la Spree e ci rechiamo al monumento per eccellenza: il Bundestag, sede del Parlamento tedesco.

Il giorno seguente sarebbe stata festa nazionale (Riunificazione) e la zona pullulava di giovinastri alticci, turisti e cittadini entusiasti. Cominciamo a notare i primi segni di un alcolismo endemico.

Non si sa bene come siamo finiti in Friedrichstrasse in preda ai morsi della fame più bieca. Decidiamo di assaggiare quello che é lo street food berlinese ufficiale: la Currywurst. Trattasi di salsiccia affettata a tocchi, affogata nel ketchup e cosparsa di polvere di curry, servita a piacere con panino oppure con patatine fritte. Il bugigattolo é assolutamente fetido – notiamo degli spiedini galleggiare in quella che da me é stata prontamente battezzata come sungia di Mordor – ma la Wurst si rivela particolarmente nutriente.
Vaghiamo ancora un po’ per il centro, disorientati anche a causa della digestione particolarmente difficoltosa e finiamo in un Aracnotunnel, un tunnel pedonale illuminato da neon completamente invaso da ragni, almeno una ventina per ogni neon, che tessono la rete in attesa di vittime attirate dalla luce. Io non sono aracnofobica, ma giuro che abbiamo accelerato il passo.

Finalmente riusciamo a tornare in zona Bundestag, dove assistiamo alla proiezione all’aperto di un filmato creato in occasione della giornata della riunificazione, dove con immagini d’archivio viene riassunta la storia dell’attuale Germania.
Vedere i ruderi del Parlamento mentre eravamo seduti accanto allo stesso edificio mi ha fatto particolare impressione.
Domani: alcolismo imperante e camminate funeste

L’italiano parlato all’estero

Pochi italiani credo siano consapevoli che la loro lingua venga parlata anche in altre nazioni.
O meglio, in parte di un altra nazione. Il Ticino, cantone della Confederazione Elvetica (dove per cantone si intende sia quello che in Italia può essere una provincia, sia una pezza quadrangolare) e parte dei Grigioni italiani (sempre CH).

Piccola osservazione per chi obietta “ma non parlate lo svizzero?”: clicca e apprendi

Ora: l’italiano parlato in Ticino é una fucina d’idee, perché considerando solamente quello che riguarda l’amministrazione cantonale, i ticinesi si son dovuti ingegnare non poco. Questo perché l’amministrazione federale  é completamente diversa da quella italiana.

Introduzione: la Svizzera è una nazione fondata sulla volontà: non forma un’unità, né per etnia, né per lingua, né per religione. Dal 1848 è uno Stato federativo. La struttura statale della Svizzera è federalista e si articola sui tre livelli politici Confederazione, Cantoni e Comuni. [http://www.admin.ch].

L’amministrazione federale é composta sì da un parlamento (legislativo) ma l’esecutivo si chiama Consiglio Federale.
A livello cantonale sono stati partoriti lemmi come Consiglio di Stato (governo) e il suo Consigliere di Stato (ministro) che dirige un Dipartimento (ministero). Il parlamento cantonale si chiama Gran Consiglio e l’amministrazione del tutto viene gestita dal Cancelliere di Stato. Ma attenzione, non tentiamo nemmeno a livello comunale, perché non ne usciremmo vivi.

Altro argomento in grado di far perdere la voce a più di uno svizzero é il servizio militare, da noi chiamato scuola reclute (della durata di 9 mesi, obbligatorio, seguito ogni anno da corsi di ripetizione fino ai 34 anni compiuti). Simpaticamente in Svizzera il grado di Generale viene impartito solamente in caso di guerra. Ciò porta a ricordarsi solo di Henri Guisan, Generale dell’esercito svizzero durante la seconda guerra mondiale. Termini tipicamente militari sono corvée (comandata, compito di fatica), fass (dal Fass 90, arma d’ordinanza), lazaretto (ospedale da campo), ordine di marcia (cartolina precetto) e Schlafsack (sacco a pelo, termine comune anche nell’escursionismo, al pari di Rucksack),

Il fatto che in Svizzera si parlino 4 lingue porta anche a delle influenze tra l’una e l’altra oltre che a delle invenzioni pure e dure. Quindi in Ticino amiamo definire l’impermeabile pellerina (dal francese pellerine), l’imbarcadero debarcadero (chissà perché) e montare in giro modinature (profili di legno che rappresentano l’ingombro di un edifico in via di costruzione).
Ci piace fare i bilux (abbaglianti per avvisare o salutare), ce l’abbiamo su con i ‘taglian (italiani) peggio se majaramina (mangiaramina, frontalieri), con i zucchini (svizzerotedeschi) e con gli asilanti (richiedenti d’asilo). Il termine matlosa (dal tedesco Heimatlos, apolide) purtroppo é caduto in disuso. Non che i ticinesi e gli italiani in Svizzera tedesca se la passino meglio eh: veniamo apostrofati come minchiaweisch (da minchia, weisch? ovvero michia, sai che…?) o come cinggheli (intraducibile).  Insomma, siamo dei ganassa (dialett. per sborone) e anche un po’ razzisti (vedi campagne affissione UDC), ma pare (a detta dei linguisti) che abbiamo uno dei laboratori linguistici più vispi d’Europa.

Fonti:
http://sites.google.com/site/elvetismi/
http://www.ti.ch
http://www.admin.ch

1° Agosto

La Svizzera quest’anno ha compiuto 620 anni e per festeggiare vi elenco un po’ di invenzioni confederate:
– pellicola di alluminio (1924)
– dado da brodo (1887)
– cellophane (1911)
– caffè solubile (ca. 1930)
– latte in polvere (1866)

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E ricordate: la bandiera è quadrata.

Estati

Ieri ci siamo trovati a mangiare a una festa campestre e Magio, ovviamente mentre ero assente (stavo lottando per il dolce) mi ha coinvolto in un giro di tombola. Non abbiamo vinto niente.

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144

Chiamare il 144, l’ambulanza, su esplicita richiesta di un ragazzo.
Un ragazzo paziente dell’ospedale neuropsichiatrico.
Un ragazzo che la mattina è stato sottoposto a una terapia a base di psicofarmaci per lui nuova.
Un ragazzo che ha potuto liberamente vagare per la zona senza un periodo d’osservazione sugli effetti di questa “cura”. Un ragazzo che si stende in treno.
Completamente disorientato.
Abbattuto, confuso, vulnerabile. Lo prendo a braccetto per farlo scendere. Chiede lui di chiamare il 144. Si ricorda di tutti i farmaci assunti, fortunatamente sa i nomi, sa dirmi il medico che li ha prescritti. Mi chiede se sono un paramedico.
Mi sento un po’ angelo custode.

La scena sul marciapiede della stazione ferroviaria è abbastanza insolita: io, questo ragazzo dalla faccia smorta, un signore sordomuto che gesticola per chiedermi l’accaduto, una signora incinta che con lo sguardo supplica di non essere coinvolta, ma con cortesia chiede se serve aiuto.

L’ambulanza si ferma nel luogo sbagliato, eppure avevo indicato chiaramente dove fossimo. Il signore sordomuto che si offre di accompagnare i paramedici sul posto.
Mi dispiace quasi abbandonare il ragazzo, che fiducioso risponde a tutte le domande del medico e si lascia manipolare. Sembra molto sollevato.
Io meno, perché mi faccio molte domande su quella che al giorno d’oggi chiamano terapia psichiatrica.

Consiglio anche la lettura di questo articolo di Lameduck, il figlio matto

Colori

I ferri dell'artista

I ferri dell'artista

Ora che la calura estiva sta lasciando il posto alla calda luce autunnale, comincia la catalogazione dell’eredità artistica dei miei genitori.

Spolverando i loro spazi mi rendo conto di quanto poco li conoscessi e la loro arte mi si schiude davanti con guizzi di colore.

Il lavoro sarà lungo e faticoso, ma si tratta della missione di una vita, quindi direi di avere ancora tutto il tempo.

Pena di vita, diritto di morte: l’ultimo tabù

Articolo pubblicato su un settimanale di programmi TV svizzero sull’eutanasia e il suicidio assistito.
[da Ticinosette nr. 29, 10 VII 09]

Suicidio assistito: storia di una legislazione fra le più liberali d’Europa, di un dibattito mai sopito e di controverse ma progressive aperture alla “dolce morte”. Ora però il Consiglio federale vuole più regole, mentre il Ticino discute sul suicidio negli ospedali pubblici.

“Chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto é punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria”.

Tutto ha inizio qui, dall’articolo 115 del Codice penale svizzero e da quelle tre parole “per motivi egoistici”. Un dettaglio solo apparente, ma che ha assunto una portata etica gigantesca innescando contrasti e dibattiti ai più alti livelli giuridici, politici e medici, e ha fatto sì che la nostra legislazione fosse una delle più liberali in materia di suicidio. A causa di queste tre parole la Svizzera da anni fa parlare di sé anche all’estero, in positivo o in negativo, ma sempre nei toni accesi e spepsso estremi con cui si affronta un grande tabù come la morte.
E pensare che l’articolo 115 è nato in tutt’altro ambito da quello medico. Niente a che fare con l’accanimento terapeutico: è stato introdotto quanto il suicidio era una via di scampo contro il disonore e le delusioni d’amore. Chi forniva l’arma al suicida non doveva essere ritenuto responsabile.  Cambiato il contesto sociale, è però rimasta la legge. Che di fatto non penalizza chi aiuta qualcuno a morire per motivi compassionevoli o disinteressati. È un reato soltanto l’eutanasia attiva (gli unici paesi che la permettono sono Belgio e Olanda), paragonabile all’aomicidio intenzionale, ma non il suicidio assistito (la messa a disposizione dei mezzi per togliersi la vita a qualcuno che compie autonomamente il gesto), l’eutanasia indiretta (la somministrazione di cure palliative i cui effetti secondari possono condurre alla morte) e l’eutanasia passiva (l’interruzione di misure che permettono di allungare la vita).

Il dibattito sugli “angeli della morte”
Agiscono quinidi in piena legalità giuridica (ma talvolta ai confini di quella etica) le due più importanti associazioni svizzzere di aiuto al suicidio Dignitas ed Exit, che accolgono le richeste di chi – maggiorenne, pienamente capace di intendere e volere e in grado di assumere autonomamente una dose letale di barbiturici – chiede ripetutamente di poter mettere fine alla propria vita a causa di un male incurabile o di sofferenze insopportabili fisiche e spirituali. Regole chiare e valide per tutti? In realtà no, i confini sfumano e sui casi limite nascono accese polemiche.

Dignitas, che a differenza di Exit accoglie anche “clienti” non residenti in Svizzera, trasloca di continuo per le ripetute ingiunzioni di sfratto e divieti di esercizio ricevute in vari comuni zurighesi. L’ultimo dei quali giunto alla fine di giugno a seguito della pubblicazione di notizie  sul ricorso all’elio nelle pratiche del suicidio; uno stratagemma per evitare la prescrizione medica del barbiturico (obbligatoria) che rinnova le proteste degli oppositori (sollevate in precedenza anche in occasione di suicidi effettuati in alcune automobili o in camere d’albergo). […]

Interessante anche la proposta di ammettere le due associazioni  negli ospedali ticinesi (già ammessi negli ospedali di Losanna, Berna ed altri), dove al momento viene applicata unicamente l’eutanasia passiva e indiretta.

E in Italia?

Orrende quisquilie sociali II

La moda, i modelli, gli stereotipi e la televisione. Il fenomeno pro-ana e pro-mia, i casting per i reality, la scuola che non si sa imporre, che non propone modelli positivi, l’ignoranza dei giovani. La letteratura mastica e sputa, i film sempre più superficiali e imbottiti di valori effimeri, la musica con sempre più ritmo e sempre meno contenuti.

Sembra il discorso di una nonna conservatrice. Eppure sono una ragazza di 23 anni.
Non capisco più i giovani d’oggi, non condivido più le loro lotte (se non in rari casi), non ascolto più i loro discorsi.

Vedo ragazzine di 12 anni vestite da discoteca (mi dispiace, non casco più nel tranello di chiamarle troie, perché le troie hanno ben altri problemi) alla ricerca disperata di qualche baldo giovine da approciare, perché questo si pretende da loro, questo é il modello proposto. Poi si piange per le donne stuprate, per gli stupratori incarcerati, per il pudore infangato.

Vedo ragazzini pompati a film porno hardcore che pretendono sesso e violenza, quando una volta i porno avevano una storia e una sorta di distorto romanticismo.
I porno sono diventati più violenti a causa dei desideri dei consumatori o l’inverso? Il comportamento dei giovani d’oggi ricalca i porno attuali. Violenza, foga, dolore e nessun rispetto per la donna, la pornostar che si fa bistrattare nelle peggiori maniere, rischiando il soffocamento o l’emorragia.

E l’assurdo é che alle ragazze di oggi va benissimo così.
Si scattano foto con il cellulare per rivenderle al miglior offerente, chattano con uomini maturi per poterli poi ricattare. Sono quelle che hanno capito che il mondo gira intorno alla figa. Son quelle che non esitano certo ad andare a letto col produttore. E le prostitute vere nel mentre agonizzano.  Loro vengono rapite, ingannate, sfruttate e maltrattate, mentre in TV donne vestite uguali sculettano arrapando mezza penisola (che ovviamento poi va a sfogarsi sulle donnacce, quelle che “é un’indecenza vederle per strada”).

E tutto questo per cosa?
Per il denaro e la fama, che porta denaro e successo, che porta denaro e magari qualche bel calciatore.
Quindi avanti a comprare magliette succinte (con il logo giusto però, se non si passa per barbone, come quelle in strada), gonne giropassera, tacchi vertiginosi, gioielli griffati e borsette costosissime.  I genitori ammiccano, gli insegnanti se ne fottono, i media ci marciano. Va bene così? Non saprei cosa dire.

Approfondimenti:
Film porno: il rovescio della medaglia

L’amore e la memoria

Addio caro padre,

mi hai lasciata orfana del tuo animo gentile e della tua dolcezza.

Ora sei tornato dalla tua anima gemella, che son sicura ti ha accolto a braccia aperte.

Ora mi restano le tue opere e i tuoi insegnamenti e con questi coltiverò la tua memoria, di modo che tu possa vivere per sempre nei cuori delle persone che hai toccato con il tuo amore.

Ti voglio bene, papà.

Oh! Ma basta!

Prima mia madre ci resta. Poi, appena io trovo l’occasione per rilassarmi un po’, mio padre pensa bene di farsi ricoverare d’urgenza per cirrosi. Questo il 10 maggio.

Stanotte ovviamente, della serie “let me entertain you” mio padre pensa bene di farsi due o tre crisi epilettiche (novità assoluta) e farsi ri-ricoverare d’urgenza, stavolta in terapia intensiva.

Ma basta!

(date una medaglia d’onore al Magio per la pazienza, e ai miei nervi per il coraggio)

Dio é morto, Marx é morto, e anch’io non mi sento tanto bene.

Il 3 aprile mia mamma se n’é involata verso pianeti più gratificanti.
Ha terminato la sua via crucis poco prima di Pasqua, finendo suo malgrado in un letto d’ospedale in totale incoscienza. Ora la sento soltanto ridere. Ride dietro di me quando nonostante tutto scoppio in lacrime, ride dietro di me quando leggo il suo diario con vago senso di colpa.

Sul testamento c’é scritto che tutti i suoi testi resteranno a me, giacché io so cosa farne.
La radio passa “Graceland” di Paul Simon, esattamente la canzone da noi scelta per la veglia prima della sua cremazione. Quando si dice il caso.

Mi sento paralizzata, ogni attività mi costa uno sforzo enorme. Tranne pulire, pulire tutto, riordinare, spolverare, lavare i piatti, cercare di far sparire ogni traccia di malattia dai suoi spazi.

Voglio credere che mia mamma sia ancora qui in giro, a controllare come stiamo, cosa stiamo facendo. Mio padre non riesce a togliersi dalla mente gli ultimi giorni di vita di mia madre, passati in un letto d’ospedale, con litri di Dormicum e Metadone che goccia a goccia finivano nelle sue vene.
Non riesce a dimenticare il suo respiro incosciente.

Io riesco ancora a vederla alla macchina da cucire, o con un pennello in mano, che dipinge tutto quello che le passa per la mente, intrattenendo comunque chiunque si trovi con lei in quel momento.
Riesco ancora a vederla seduta in balcone a leggere con la sigaretta in mano. La sento ancora chiedermi di prepararle un caffé.

Non voglio ricordarla come uno scheletro adagiato prudentemente su lenzuola igienizzate, con addosso un anonimo camicie d’ospedale. Voglio ricordarla vestita di colori sgargianti, ricamati dalle sue stesse mani, quelle mani che non riuscivano mai a stare ferme, avevano sempre qualcosa da scrivere, da disegnare, da cucire, da leggere, da fumare o bere.
Quelle mani così poco femminili ma così espressive. Sempre macchiate di qualche colore o ferite da qualche cosa, quella pelle irruvidita dal troppo fare.

Ora siamo io e mio padre, il filosofo da poltrona che sta vedendo la sua vita sbriciolarsi. Io speriamo che me la cavo.